Persino quel tormentato illuminista di Freud, nonostante la sua volontà razionalistica, lo aveva intuito: qualsiasi forma di analisi psicologica risulta essere interminabile, poiché, per parafrasare l’antica saggezza di Eraclito, i confini dell’Anima, per quanto si vada cercando, non sono tracciabili né definibili, in quanto l’isolotto della cosiddetta Coscienza Ordinaria è circondato dall’infinito oceano dell’Inconscio, come sosteneva saggiamente Jung. E allora, questo cosa significa? Che sia inutile iniziare un’opera di ricerca e di introspezione, in quanto il soggetto si dovrà inevitabilmente rassegnare all’impossibilità di giungere ad una conclusione definitiva? Il non giungervi, è da considerare forse come una sconfortante iattura? Niente affatto, anzi, dal punto divista del sottoscritto, proprio la consapevolezza di non poter ambire ad un esito finale e definitivo, rispetto alla ricerca interiore intorno alla natura della propria psiche/anima, non solo non rappresenta una cattiva notizia, ma può alimentare in modo determinante quella spinta desiderante ad andare oltre, a cogliere quel quid di ulteriorità sempre potenzialmente presente, ad accogliere come manna dal cielo la seguente meravigliosa espressione esistenzialista: “ciascuno è sempre più di quello che è”.
Al di là dunque di qualsiasi moto di frustrazione, umanamente comprensibile, l’operare terapeutico per sua stessa natura sarà sempre incompiuto, in fieri, e proprio per questo massimamente fruttuoso, in quanto non restrittivo né limitante, tanto meno rigidamente definibile e definito. Mi sto riferendo qui ovviamente ad una autentica opera interiore di ricerca su di sé, che non ha nulla a che fare con etichette, griglie, diagnosi e protocolli tipici di chi non è affatto interessato alla complessità e all’ulteriorità di ciascun essere umano, bensì alla volontà di controllo normalizzante sugli individui (vedasi in primis il potere psichiatrico esercitato attraverso i vari manuali diagnostici e le invenzioni di sempre più “psico-patologie”). Ecco che allora quello che finisce per essere interpretato dalla “scienza psicologica”, con una sottile e inconfessabile inquietudine, come “margine di errore” in fase diagnostica, si manifesta in realtà come inviolabile sacralità intrinseca all’unicità di ciascun soggetto nella sua inesauribilità. Questo naturalmente non significa rifiutare in toto determinate categorie potenzialmente utili ad inquadrare la persona che ho di fronte (dall’ultima versione del DSM alla Tarologia tutto potrebbe essere utile per comprendere meglio la matrice animica e la struttura di personalità di un certo individuo), significa invece semplicemente assumere la piena consapevolezza che nessuna definizione possibile potrà mai spiegare definitivamente colui che può esseresoltanto compreso, ossia, in termini etimologici, abbracciato da molteplici punti divista e prospettive diverse (sulla fondamentale distinzione tra spiegare e comprendere il grande filosofo e psicologo Jaspers docet).
E’ questo il senso dell’espressione a me particolarmente cara “Dis-Velare per Ri-Velare”, antico richiamo alla natura della Physis-Natura e del fluire impermanente della Vita-Zoe stessa, di cui noi esseri umani siamo parte: ad ogni velo tolto, ecco un altro velo, poiché qualsiasi dis-velamento rappresenta letteralmente una ri-velazione che potrà condurre ad un nuovo dis-velamento, il quale a sua volta comporterà una nuova ri-velazione. Per comprendere ciò, è necessario però assumere un livello di Coscienza non-ordinario, ossia simbolico e archetipico, in cui la cosiddetta realtà non è solo ed esclusivamente ciò che appare, poiché esiste un altro livello di realtà tale per cui, ad esempio, un albero non è solamente un elemento appartenente al regno vegetale, tanto meno, in chiave utilitaristica, un quantitativo “x” di legna da bruciare, bensì un ponte/portale che unisce la terra e il cielo e che permette a noi esseri umani di cogliere questa connessione verticale.
Siamo ancora in grado di percepire questo, noi moderni occidentali? Siamo cioè in grado di percepire la trascendenza simbolica intrinseca a tutto ciò che si manifesta? La stragrande maggioranza certamente no, poiché ha perso irrimediabilmente contatto con la propria Anima in connessione con lo Spirito. Ed è per questo che dal mio punto di vista è di importanza assolutamente vitale cercare di riportare il più possibile tutti coloro che sentono il richiamo a compiere questo “Salto di Coscienza Dis-Velatorio”, avente a che fare con il ri-entrare in connessione con ciò che possiamo denominare ”Asse Verticale” del vivere extra-ordinario, al di là dell’“Asse Orizzontale” della vita ordinaria. Ecco allora la possibilità di portare luce nei confronti delle proprie ombre, sondare gli abissi e inerpicarsi sulle vette allo stesso tempo, trasmutare la propria natura da un’ottava bassa ad un’ottava alta. E una volta fatto tutto questo, ricominciare. Ri-cominciare ancora. Dis-velare per Ri-velare.